Salerno: Maxi operazione della GDF e dei Carabinieri: Oltre 100 le persone indagate

Cronaca Maxi operazione della GDF e dei Carabinieri: Oltre 100 le persone indagate
  Condividi:  
561 12/04/2021

Nelle prime ore di questa mattina, nelle province di Salerno, Napoli, Avellino, Caserta, Cosenza e Taranto, i Comandi Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza di Salerno e del Nucleo di Polizia Economico — Finanziaria di Taranto — su delega delle DDA di Potenza e Lecce impegnate in una indagine congiunta e coordinata a carico di oltre 100 indagati — hanno complessivamente impiegato oltre 410 uomini per dare esecuzione a due Ordinanze applicative, complessivamente, di 45 misure cautelari personali (26 in carcere, 11 agli arresti domiciliari, 6 destinatari di divieto di dimora e due misure interdittive della sospensione dell’esercizio delle rispettive funzioni di due appartenenti al Corpo per la durata di sei mesi) — con sequestri di immobili, aziende, depositi, flotte di auto—articolati, emesse dai GIP dei Tribunali di Potenza e Lecce, nei confronti di 45 indagati, indiziati di associazione mafiosa, associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise ed IVA sugli olii minerali, intestazione fittizia di beni e società, riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro di provenienza illecita.

Le indagini, coordinate dalle menzionate DDA e svolte dalle sopra indicate forze di Polizia Giudiziaria, hanno fatto emergere distinte ma collegate organizzazioni criminali — variamente qualificate ai sensi degli artt 416 bis e 416 aggravate ex art 416 bis 1 cp – operanti nei Distretti di Lecce e Potenza – e segnatamente nel Vallo di Diano, quindi nel basso salernitano, nonché nella Provincia di Taranto, ruotando, tutte — talora in modo collegato ed in alleanza, talora in modo conflittuale – intorno ad importanti famiglie mafiose, riconducibili al clan dei casalesi ed ai clan mafiosi tarantini, il cui business era rappresentato da un contrabbando di idrocarburi che ha cagionato allo Stato danni economici per decine di milioni di euro, a cui ha corrisposto un eguale guadagno per tali sodalizi.

L’indagine, svolta con grande spirito collaborativo e di coordinamento fra i diversi Uffici Giudiziari e di PG, ha confermato come la grande criminalità organizzata e le mafie nazionali, oramai, si finanzino se non in via esclusiva, in via assolutamente prevalente, in uno con il traffico di stupefacenti, attraverso queste attività illecite di contrabbando che, nell’ attualità, hanno raggiunto proporzioni gigantesche, cui mai si era arrivati nel passato. Il meccanismo illecito disvelato, meglio in seguito descritto, sfruttando le maglie di una normativa che si é stratificata nel tempo e che, in un lodevole sforzo di liberalizzare il mercato ed incentivare la concorrenza e le attività agricole, ha paradossalmente incentivato un giro di frodi all’IVA e di evasione delle accise, che, con poco rischio, ha consentito ad una imprenditoria criminale e mafiosa di frodare lo Stato e mettere in un angolo la concorrenza onesta, accumulando in poco tempo centinaia di milioni di euro. Il filone investigativo che ha riguardato la Provincia di Taranto, ha, in particolare, fatto emergere l’esistenza di una associazione di stampo mafioso — risorta dalle ceneri di altri sodalizi neutralizzati da precedenti attività investigative — che si è ricompattata attorno alla figura tarantina di Michele Cicala, già condannato con sentenze definitive anche per estorsione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso ed associazione per delinquere, con legami con componenti del clan tarantino Catapano — Leone.

Il sodalizio, si caratterizzava per la capacità di controllo del territorio, con conseguente controllo dei traffici illeciti sviluppati nel contesto ambientale di riferimento, con conseguente reimpiego delle risorse economiche in numerose attività economico-commerciali, alcune delle quali direttamente riconducibili all’ Organizzazione anche attraverso una fitta rete di prestanome, che, si è caratterizzata per un uso della violenza e delle armi che venivano messe al servizio della strategia criminale volta ad acquisire il controllo di attività economiche e, ln particolare, quella della distribuzione degli idrocarburi rivelatasi, come detto, estremamente lucrosa. E cosi nel corso delle indagini e emerso come, in tale contesto, l’associazione in esame utilizzando un innovativo know-how “fraudolento” nel settore del contrabbando di idrocarburi saldava la propria artività con quella gruppi criminali operanti da tempo nei medesimi settori con imprese che già avevano un loro mercato. Si accertava, cosi come i tarantini si alleassero con l’altro gruppo criminale, operante nel Vallo di Diano, a cavallo tra Basilicata e Campania, proprio nel settore nel contrabbando di carburanti sviluppando in modo coordinato attività contrabbandiere e, con i guadagni di tale attività, rilevantissimi investimenti e attività di riciclaggio. In sostanza, venivano vendute ingentissime quantità di carburante per uso agricolo, che come noto beneficia di particolari agevolazioni fiscali, a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato per autotrazione, assai spesso utilizzando le cd “pompe bianche”.

In concreto, i tarantini, oltre che per il raggiungimento delle proprie finalità, fornivano ai lucani periodicamente, un elenco di nominativi le cui identità fiscali e i libretti UMA venivano clonate in modo che le imprese del sodalizio campano/lucano (come vedremo di derivazione casalese) potesse fatturare fittiziamente la vendita del carburante per uso agricolo a tali, ignari, imprenditori agricoli, mentre in realtà il prodotto veniva venduto in nero a operatori economici che lo immettevano fraudolentemente nel mercato per autotrazione con guadagni di circa il 50% sul costo effettivo di ogni litro di benzina e nafta venduti. Una vera e propria miniera di oro nero .

Inoltre, i due sodalizi, attraverso meccanismi informatici, ingannavano il sistema telematico dell’Agenzia delle Entrate, che non era in grado di consegnare la fattura elettronica al fittizio cliente/agricoltore apparente destinatario del carburante che, quindi, rimaneva inconsapevole della finta operazione di vendita effettuata utllizzando il suo nominativo. Per quanto attiene, invece, il trasporto del prodotto, questo usciva dai depositi fiscali scortato da documenti falsamente attestanti l trasporto di gasolio agricolo. In caso di controllo da parte delle Forze di Polizia, l’ autista azionava un apposito congegno elettromagnetico che azionava una pompa che iniettava il colorante (il carburante agricolo ha una colorazione diversa da quella del carburante normalmente usato per autotrazione) allineando il prodotto ai documenti esibiti. In assenza di controllo, il camion giungeva ai depositi commerciali riconducibili agli indagati, simulava lo scarico del prodotto (sostando a favore delle telecamere di sorveglianza per un tempo compatibile a quello realmente necessario per le operazioni) simulava il carico di gasolio per uso autotrazione (con gli stessi accorgimenti) e ripartiva scortato da documenti fiscali di accompagnamento clonati rispetto alla numerazione del registro di carico e scarico attestanti il trasporto di gasolio per uso autotrazione che sarebbero stati registrati in caso di controllo. Una volta giunto al destinatario finale senza controlli, ll DAS clonato veniva strappato e l’operazione non registrata. Dunque si completava così la vendita in nero del carburante agricolo utilizzato invece e venduto (ad un prezzo quasi doppio) per normali fini di autotrazione.

L’illecita attività ha fruttato rilevantissimi profitti, quantificati in circa € 30.000.000 ogni anno. Sul versante lucano l’indagine – avviata su iniziativa di questa Direzione Distrettuale Antimafia alla fine del 2018 — partiva da una delega alla polizia giudiziaria (in una fase iniziale i Carabinieri della Compagnia di Sala Consilina e del Nucleo lnvestigativo di Salerno, poi anche la GdF di Salerno) di procedere ad un’analisi ad ampio spettro sul territorio del basso salernitano (che solo negli ultimi anni é passato alla competenza della DDA di Potenza} allo scopo di individuare operatori commerciali prestatisi come terminale occulto per il reinvestimento di capitali illeciti da parte di sodalizi criminali esogeni.