RUBRICA NUTRIZIONE E BENESSERE: ALIMENTAZIONE E PATOLOGIE CARDIOCIRCOLATORIE

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Il rapporto fra malattie dell’apparato cardiovascolare e alimentazione è stato da sempre sottolineato da medici e nutrizionisti, ma un maggiore impulso in questa direzione si è avuto dopo la pubblicazione dei risultati del “Seven Countries Study”, diretto da Ancel Keys che tanto ha promosso la cosiddetta “Dieta Mediterranea”. Le malattie cardiovascolari si costituiscono, in questi anni, tra le prime cause di morte in assoluto e sono uno dei principali problemi di salute nei paesi sviluppati. Ogni giorno acquisisce più rilevanza la relazione tra il rischio di malattie cardiovascolari ed il consumo di alimenti specifici. Alle raccomandazioni classiche di esclusione di alcuni alimenti, con effetti deleteri, si unisce oggi l’inclusione di altri alimenti più salutari, che sono la base del nuovo approccio proposto per la prevenzione e la gestione delle malattie cardiovascolari. Le ricerche epidemiologiche hanno, nel contempo, identificato alcuni fattori di rischio che aumentano la probabilità di patologie cardiocircolatorie e che sono strettamente legati ad alcune abitudini alimentari. I fattori di rischio possono essere classificati in modificabili e non modificabili, pro-aterogeni e pro-trombotici, cronici e acuti: età, sesso, ipertensione arteriosa, colesterolemia e trigliceridemia totale, colesterolo LDL, diabete mellito, obesità, fumo, inattività fisica, abuso di alcool, familiarità per patologie cardiovascolari, elevati livelli di omocisteina. Ad esempio, un’alimentazione abitualmente errata dal punto di vista qualitativo e quantitativo, con un consumo di elevate quantità di alimenti ad alto potere aterogeno, è un’importante causa o concausa di dislipidemia, contribuendo all’insorgenza e all’evoluzione dell’aterosclerosi. Tra i fattori di rischio nutrizionali ricordiamo: dieta abitualmente ipercalorica, elevato consumo di carni rosse, di formaggi grassi, di alcool, di sale, di cibi ad elevato indice glicemico e un basso consumo di vegetali freschi, cereali integrali, legumi e pesce. L’alimentazione è, quindi, parte integrante di una strategia di prevenzione del rischio cardiovascolare, in quanto una corretta alimentazione contribuisce alla correzione e alla cura di importanti fattori di rischio quali l’aumento del colesterolo LDL, l’ipertensione arteriosa, l’obesità viscerale e la sindrome metabolica. In questo senso, l’alimentazione ideale, associata a uno stile di vita sano e attivo, è la dieta basata sul modello mediterraneo in cui l’apporto calorico totale deve essere proporzionato alle necessità del soggetto in base all’età, alla struttura fisica, attività svolta, etc..; i cibi di origine vegetale devono essere preferiti rispetto a quelli di origine animale in modo da innalzare la quota di fibre ingerite; ridurre sensibilmente i grassi animali; utilizzo dell’olio extravergine d’oliva come grasso principale per cucinare e condire gli alimenti; aumentare l’assunzione di pesce; ridurre gli alimenti ricchi in colesterolo; limitare i formaggi a pasta dura o stagionati; aumentare il consumo di legumi a buon contenuto proteico; preferire le carni bianchi rispetto alle rosse; ridurre l’utilizzo del sale da cucina; ridurre il consumo di zuccheri semplici e scegliere tecniche di cottura più adatte come alla griglia o alla piastra abolendo o riducendo le fritture e le bevande alcoliche. È bene ricordare che la prevenzione e la terapia dietetica (in associazione alla terapia farmacologica prescritta dal medico- cardiologo) richiedono un impegno per lo più a tempo indeterminato: qualunque dieta da adottare in modo permanente, infatti, deve tener conto della compliance del paziente e delle sue necessità di vivere in un contesto sociale che talora favorisce o impone qualche evasione che, entro i limiti possibili, deve essere prevista, cadenzata e compensata nel rapporto che si instaura fra paziente e nutrizionista, al momento di formulare un piano alimentare destinato a prevenire o a correggere i fattori di rischio.

Dott. Andrea Ricci

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RUBRICA NUTRIZIONE E BENESSERE: CEFALEA E ALIMENTAZIONE

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Quest’oggi nel nostro consueto appuntamento settimanale con la rubrica “Nutrizione e Benessere”, parliamo di un disturbo molto frequente nella popolazione: la cefalea e del suo rapporto con l’alimentazione. Secondo recenti stime, il mal di testa generico colpisce un italiano su cinque, l’emicrania, una sua variante, il 12% della popolazione, mentre nell’80% delle persone, almeno una volta nella vita si presenta una cefalea tensiva. Questi dati, però, potrebbero non essere reali in quanto molto spesso si preferisce curarsi con l’auto medicazione e non rivolgersi al medico. In genere sono più interessate le donne rispetto agli uomini. Il mal di testa o cefalea, si presenta con dolore localizzato al capo e/o alla parte superiore del collo e può durare da qualche minuto a qualche ora fino a qualche giorno, manifestandosi solo sporadicamente (cefalea occasionale), più volte nello stesso mese (cefalea episodica) o in maniera cronica. Generalmente, le cefalee sono suddivise in: cefalee primarie quali la cefalea tensiva, la forma più comune, l’emicrania e la cefalea a grappolo; cefalee secondarie, che derivano, invece, da altre condizioni patologiche quali sinusiti, otiti, traumi, disturbi vascolari, infezioni, uso di sostanze o farmaci, etc…; altre cefalee, quali le nevralgie craniche come ad esempio la nevralgia del trigemino. L’identificazione del tipo di cefalea, gli esami cui sottoporsi e la terapia sono di esclusiva pertinenza del medico e/o dello specialista. Molti possono essere i fattori scatenanti e predisponenti a un attacco di cefalea: l’ereditarietà e la predisposizione genetica, lo stress fisico ed emotivo, i disturbi ambientali (chiasso, fonti luminose, odori e aromi molto intensi, l’altitudine, l’inquinamento), schermi dei pc, alterazione del ritmo sonno-veglia, difetti della vista, periodo mestruale nelle donne, patologie otorinolaringoiatriche e l’alimentazione. Molto spesso, infatti, la cefalea è correlata all’alimentazione: alcuni cibi possono provocare dolore alterando la motilità dei vasi sanguigni a livello cerebrale, sia dilatandoli che restringendoli, causando un’alterazione della pressione intracranica. La regola generale prevede l’esclusione dalla dieta abituale dell’alimento responsabile ma non è così semplice individuarlo, per cui si consiglia di tenere un diario alimentare su cui annotare cosa si è mangiato, l’eventuale mal di testa e il lasso di tempo occorso tra il pasto e l’episodio doloroso. E’ importante, però, non confondere il mal di testa causato da un singolo alimento con una possibile intolleranza alimentare, di cui la cefalea è sì un sintomo ma non l’unico in quanto vi devono essere presenti anche altri disturbi quali, ad esempio, prurito, eritema, gonfiore, disturbi intestinali, etc… Alcuni alimenti possono scatenare la cefalea in quanto contenenti sostanze quali la tiramina, la feniletilamina, i nitrati, l’istamina e il glutammato di sodio, un esaltatore di sapidità. Volendo, quindi, fare una lista degli alimenti “pericolosi”, segnaliamo: i formaggi stagionati e fermentati, cioccolato, frutta a guscio, tutte le bevande alcoliche e contenenti cioccolato o cacao, le carni in scatola oppure insaccate o affumicate, il frumento, pesce salato o essiccato, frutti di mare e crostacei, caffè e bevande contenenti caffeina, salse a base di soia, dadi da cucina, avocado, susine, banane, pomodori, cipolle, zuppe in scatola, gli agrumi, i semi di zucca, di girasole o di sesamo e, in generale, i cibi grassi e le fritture. Evitare anche il digiuno prolungato e le diete troppo drastiche, che sono causa di ipoglicemia, una condizione metabolica che dilata i vasi sanguigni del cranio causando dolore, che può essere scatenato anche dall’ingestione di bevande o cibi molto freddi, a seguito della stimolazione delle terminazioni nervose del palato. Al contrario, invece, i cibi che generalmente non creano problemi sono la pasta, il riso, il pane, l’olio, lo yogurt, la frutta, la verdura, ortaggi, legumi freschi o secchi, pesce fresco, carne fresca, succhi, spremute e centrifugati. È bene escludere determinati alimenti che in maniera soggettiva causano cefalea solo quando vi è certezza del nesso causale, facendosi anche prescrivere una dieta adeguata e personalizzata, per evitare di cadere in condizioni di carenze nutrizionali. Alcune misure generali consigliate sono: evitare lo stress, mangiare e dormire con tranquillità, praticare regolare attività fisica, non saltare i pasti, evitare il digiuno, preferire metodi di cottura quali al vapore o in forno, evitare troppo sale, assumere vitamine e sali minerali soprattutto in estate e in gravidanza o se si pratica un’intensa attività fisica. Infine, un recente studio, ha evidenziato il possibile utilizzo di un nuovo integratore nella prevenzione e cura della cefalea e, in particolare, dell’emicrania con aura, a base di due erbe, partenio e griffonia, e di un minerale, il magnesio.

Dott. Andrea Ricci

RUBRICA NUTIZIONE E BENESSERE: LE SORBE

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Questa settimana, nel nostro abituale appuntamento con la rubrica “Nutrizione e Benessere”, parliamo delle sorbe, uno dei cosiddetti “frutti dimenticati”. Con questo appellativo ci si riferisce a quei frutti della tradizione che, dopo aver svolto un ruolo importante nell’alimentazione dei nostri antenati, sono stati abbandonati e messi da parte in favore di coltivazioni commercialmente più vantaggiose. Negli ultimi anni, però, stiamo assistendo a una lenta riscoperta di questi frutti, anche grazie alle loro eccellenti proprietà nutrizionali e al loro gusto semplice, piacevole e deciso. Oltre alle sorbe, oggetto di questo articolo, rientrano tra i frutti dimenticati anche le nespole, le giuggiole, i corbezzoli, le corniole, le ciliegie bianche e molti altri. Ma torniamo alle sorbe. Le sorbe, o sorbole, sono il frutto di un albero, Sorbus domestica, appartenente alla famiglia delle Rosaceae, che nel corso del tempo è stato più utilizzato come pianta ornamentale nei giardini che come albero da frutto. In aprile sbocciano i fiori, bianchi, e i frutti maturano in autunno tra ottobre e novembre ma, spesso, sono raccolti in anticipo e lasciati maturare, su della paglia, diventando di un colore scuro, morbidi e saporiti, per consumarli durante l’inverno. Durante questo processo di maturazione, diminuiscono le concentrazioni di tannini e aumentano quelle di zuccheri. Esistono due varietà di questi pomi: a frutti piriformi, simili a piccole pere, e a frutti maliformi, simili a piccole mele. Il loro sapore ricorda quello delle mele, un po’ acidule e dalla polpa farinosa. 100g di sorbe apportano 68 calorie, contengono l’81 % di acqua, il 10 % di zuccheri, l’1,4 % di proteine, il 5,4 % di fibra, lo 0,2 % di grassi e lo 0,8 % di ceneri, oltre a sali minerali quali calcio, sodio, magnesio, potassio e vitamine come la Vit. C, le vitamine del gruppo B e tracce di Vit. A. Vediamone le proprietà. Questi frutti contengono un’ottima concentrazione di antiossidanti, importantissimi per contrastare i radicali liberi, aiutando a prevenire numerose patologie; hanno un buon contenuto di Vit. C che aiuta, oltre a favorire l’assorbimento di alcuni nutrienti, anche a rinforzare il sistema immunitario; contengono sorbitolo, un composto trasformato, nell’organismo umano, in fruttosio senza intervento dell’insulina (ma comunque non è consigliato ai diabetici come sostituto dello zucchero) e che è molto utilizzato nell’ industria alimentare per il suo potere dolcificante nonostante i possibili effetti lassativi ad alte dosi; sono ricche di fibre che facilitano la digestione e regolano le funzioni intestinali; la corteccia ha proprietà astringenti e per questo è molto utilizzata per combattere la diarrea; contengono acido malico che contrasta il gonfiore addominale; possiedono anche proprietà diuretiche; il succo di sorbe viene utilizzato per lenire le infiammazioni delle vie respiratorie, come il mal di gola e con la polpa si preparano prodotti di bellezza per la pelle grazie alle proprietà detergenti e tonificanti. Non vi sono particolari controindicazioni al consumo delle sorbe, tranne di prestare attenzione ad evitare i semi che contengono una sostanza chiamata glicoside cianogenico, potenzialmente tossica; in caso di consumo eccessivo, possono causare nausea e vomito; sono, inoltre sconsigliate in caso di stipsi per le loro proprietà astringenti e in gravidanza e allattamento. In campo alimentare le sorbe possono essere consumate come frutto fresco o impiegate nelle preparazione di liquori ma anche di confetture, marmellate o salse agrodolci per accompagnare secondi piatti a base di carne o formaggi. Infine, le sorbe sono anche protagoniste di un famoso proverbio che lega l’attesa per la maturazione delle sorbe al bisogno di aspettare del tempo affinchè le cose migliorino: “Cu lu tempu e cu la pagghia, maturanu li sorba”.

Dott. Andrea Ricci

RUBRICA NUTRIZIONE E BENESSERE: DIETA E DIVERTICOLI

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Secondo una recente indagine, il 65% delle persone, dopo i 50 anni, soffre di diverticolosi, a volte a loro insaputa, mentre, tra i più anziani, la percentuale sale ulteriormente. La diverticolosi è un’alterazione anatomica, in cui i diverticoli sono delle estroflessioni, ovvero delle piccole sacche, che si possono formare lungo la parete intestinale, più frequentemente nel colon. I diverticoli possono rimanere silenti a lungo ma, in genere, si manifestano con dolore, crampi, bruciore, gonfiore, stitichezza alternata a diarrea e possono portare a complicanze quali la diverticolite, ovvero l’infiammazione o l’infezione del diverticolo con sintomi quali stitichezza e diarrea, dolore, febbre, brividi, nausea, e, in casi gravi, peritonite. Negli ultimi anni, soprattutto nel mondo occidentale, la frequenza della diverticolosi è molto in aumento, anche a causa di un’alterazione della motilità intestinale, secondaria a abitudini alimentari scorrette, caratterizzate da un consumo eccessivo di carni, cibi ricchi di grassi, carboidrati raffinati e allo scarso consumo di fibre. La prevenzione, infatti, ci consiglia, per mantenere una buona motilità intestinale, di consumare 200g di frutta e 500g di verdure al giorno, che apportano circa 25g di fibre e di bere molta acqua. A conferma di ciò, sembra che i soggetti vegetariani abbiano una minore incidenza di diverticolosi. L’alimentazione, in ogni caso, gioca un ruolo fondamentale non solo nella prevenzione ma anche nella terapia di questo fastidioso disturbo, anche se la terapia dietetica cambia a seconda che sia diverticolosi o diverticolite. In presenza di diverticolosi, ovvero diverticoli non complicati, la terapia dietetica è quella d’elezione che prevede un aumento progressivo dell’introito di fibre attraverso una dieta ad alto residuo, per favorire la formazione di feci morbide e per prevenire le complicanze. La quota ideale di fibre da raggiungere giornalmente è di 30g. Via libera, quindi, a cereali integrali, frutta, ortaggi, verdure, crusca o altra fibra vegetale e, inoltre, tanta acqua non gassata, da preferire quelle solfato-calciche-magnesiche. Bisogna, comunque, fare attenzione a: verdure con fibre molto dure e filamentose (finocchi, carciofi, sedani, fagiolini, etc…), vegetali che contengono piccoli semi che potrebbero irritare il diverticolo (melanzane, cetrioli, pomodori, peperoni, fichi, fragole, lamponi, ribes, more, uva, kiwi, melograni, etc…), i legumi andrebbero passati eliminando le bucce, evitare le spezie piccanti, il cacao, evitare i salumi e gli insaccati, bevande irritanti come alcolici e superalcolici, ma anche caffè, tè e anche alimenti che possono provocare meteorismo. È, inoltre, consigliata una regolare attività fisica e avere uno stile di vita attivo. Per quanto riguarda, invece, la diverticolite, che richiede anche la terapia farmacologica, inizialmente, per il riposo intestinale, si può ricorrere alla nutrizione parenterale totale e, successivamente, quando la fase critica infiammatoria è passata, a una dieta liquida/semiliquida, poi a una dieta blanda a basso residuo e, infine, all’abituale dieta ad alto residuo. Per seguire un piano alimentare adatto alla problematica causata dalla presenza di diverticoli è sempre bene rivolgersi a un professionista.

Dott. Andrea Ricci

RUBRICA NUTRIZIONE E BENESSERE: LE VONGOLE

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Questa settimana nel nostro abituale appuntamento con la rubrica “Nutrizione e Benessere”, parliamo di un particolare mollusco, molto utilizzato e dal grande successo in cucina: la vongola. Il termine, di origine napoletana, “vongola” deriva dal latino conchula, diminutivo di concha, ovvero “conchiglia”. Questi molluschi appartengono alla classe dei Bivalvi e alla famiglia delle Veneridae, anche se nel termine vongole sono raggruppati tantissimi generi e specie diffuse in tutto il mondo, solo nel Mar Mediterraneo è possibile trovarne una trentina, comprendenti le specie autoctone e quelle introdotte. Esistono diverse tipologie di vongole: la vongola Verace (Tapes decussatus), forse la più nota e apprezzata, la vongola Gallina o adriatica, la vongola Filippina e il Longone. Da un punto di vista anatomico, la vongole si presentano con un guscio duro composto da due valve uguali dalla forma ovoidale o triangolare, con colorazioni e striature diverse a seconda della specie, e articolate mediante una cerniera; l’apertura e la chiusura delle valve avviene grazie a due muscoli adduttori. Le vongole sono organismi filtratori, si nutrono di fitoplancton attraverso due sifoni che aspirano e espellono il liquido. La riproduzione avviene prevalentemente nel periodo estivo, ma, comunque, la disponibilità sul mercato è tutto l’anno, anche grazie agli allevamenti. Vediamone ora le caratteristiche nutrizionali: 100g di vongole apportano 72Kcal, 10,2g di proteine, 2,5g di grassi, 2,2g di carboidrati, 82,5g di acqua, 0g di fibre, sali minerali quali potassio, sodio, fosforo, calcio, selenio e vitamine come la Vit.A. Questo alimento di origine animale, quindi, contiene poche calorie, un’ottima concentrazione di proteine ad elevato valore biologico, pochi carboidrati e grassi ma soprattutto ha un’eccellente disponibilità di sali minerali e di molecole antiossidanti. Uno studio del 2017 pubblicato su “International Journal of Pharmaceutical Sciences and Research”, ha appurato le possibili proprietà antitumorali di alcune proteine grezze estratte da diversi organi di una particolare specie di vongola, la Donax variabilis, che, in particolare, hanno dimostrato una particolare attività nei confronti del tumore del polmone. Nonostante l’apporto calorico non elevato, è bene comunque non consumare le vongole molto frequentemente, a causa del loro contenuto in colesterolo e sodio, che le rende controindicate nei soggetti con ipercolesterolemia e ipertensione. Ulteriori controindicazioni riguardano possibili allergie, le donne in gravidanza o in allattamento e chi soffre di epatiti. In generale, la frequenza consigliata è di massimo una volta a settimana con una porzione media equivalente a 100 grammi di parte edibile. Ulteriori precauzioni vanno prese per quanto riguarda la sicurezza e l’igiene. Infatti questi organismi, come già detto, sono molluschi filtratori e possono essere un mezzo di trasmissione di microrganismi patogeni per l’uomo quali la salmonellosi, il tifo, l’epatite A e colera. Proprio per queste ragioni è d’obbligo acquistare sempre un prodotto certificato e garantito, con marchio CEE, e evitarne il consumo crudo. Al momento dell’acquisto bisogna assicurarsi della freschezza delle vongole che devono essere vive e ben chiuse oppure surgelate ma già pulite. Successivamente, le si può immettere in acqua salata per l’eliminazione della sabbia e poi in padella per l’apertura dei molluschi che, infine, possono essere utilizzate in cucina soprattutto per la preparazioni di primi piatti e antipasti. È fondamentale che vengano consumate subito dopo l’acquisto, perché in frigorifero, anche se pulite, si conservano al massimo per un giorno.

Dott. Andrea Ricci

RUBRICA NUTRIZIONE E BENESSERE: LA ZUCCA E LE SUE VARIETA’

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Halloween è ormai passato da un po’ ma siamo ancora in piena stagionalità per quanto riguarda la zucca nelle sue molteplici varietà. Infatti con il termine “zucca” si identificano diverse piante, tutte appartenenti alla famiglia delle Cucurbitaceae, diversificate nei vari generi, quali: Cucurbita, la zucca vera e propria, Lagenaria, Cucurbita moschata, Cucurbita pepe, ovvero le zucchine. Alcune varietà di zucca crescono molto rapidamente e esistono diverse varietà utilizzate soltanto a scopo ornamentale, spesso coltivate in pergolati. Il periodo di raccolta di questo ortaggio va da settembre a fine novembre. Nonostante questa grande varietà di generi, le caratteristiche nutrizionali sono molto simili tra loro e sovrapponibili da un tipo di zucca a un altro, che sia rossa o gialla, lunga o tonda. Tra le varietà più famose di questo ortaggio, originario dell’America Centrale, ricordiamo la zucca trombetta di Albenga, la zucca lunga napoletana e la “cucuzza longa”, tipica della tradizione cilentana, napoletana e siciliana. 100g di zucca apportano all’incirca 18kcal, 1,1g di proteine, 0,1g di lipidi, 3,5g di carboidrati, 94,6g di acqua, molto ricca di fibre, di beta carotene, di sali minerali quali potassio, calcio, fosforo, zinco, ferro, selenio e vitamine come la Vit.A, vitamine del gruppo B e Vit.C. Innanzitutto la zucca è, come detto, ricca di beta carotene e di sostanze antiossidanti, utili per contrastare i radicali liberi e prevenire l’invecchiamento cellulare; possiede ottime concentrazioni di fibre che svolgono un buon effetto lassativo e aiutano a ristabilire il corretto funzionamento dell’apparato gastrointestinale, anche con un miglioramento della digestione; il particolare contenuto amminoacidico della zucca, in particolare il triptofano, sembra avere degli effetti calmanti, contrastando ansia, stress e insonnia; contiene acidi grassi polinsaturi omega-3, importanti per mantenere in salute l’apparto cardiocircolatorio; date le pochissime calorie, è perfetta per chi deve seguire un regime alimentare ipocalorico; ha un elevato contenuto di alanina, glicina e acido glutammico, che diminuiscono la sensazione e la necessità frequente di minzione, tornando utile in caso di ingrossamento della prostata, problematica comune a molti uomini dopo i 50 anni; esplica, infine, anche proprietà rinfrescanti e diuretiche derivanti dall’abbondanza di potassio e acqua, oltre che di fissazione dell’abbronzatura grazie ai carotenoidi. Molto sfruttate le proprietà della zucca anche in campo cosmetico, nella preparazione di maschere per il viso per levigare, pulire e idratare la pelle. Non presenta particolari controindicazioni, se non possibili allergie, un abuso di fibre con un eccessivo effetto lassativo e si raccomanda di non esagerare nel consumo dei semi di zucca, calorici e maggiormente ricchi in grassi. Questi ultimi, però, costituiscono, nelle giuste quantità, un ottimo snack per gli spuntini, crudi o tostati, sono ricchi di omega-3, fitosteroli e con un ottima concentrazione di proteine e sali minerali. Le innumerevoli proprietà descritte per la zucca, possono essere assimilate anche alla zucchina (Cucurbita pepe), la specie della famiglia delle Cucurbitaceae i cui frutti sono utilizzati immaturi e che si presentano in forma allungata o rotonda. Impossibile non citare anche i fiori di zucca, ovvero i fiori maschili e femminili della zucca e della zucchina, tipicamente estivi, dal buon contenuto in carotenoidi, con proprietà diuretiche, rinfrescanti e con poche calorie. Tornando alla zucca, può essere consumata più volte a settimana, in diverse preparazioni dai primi ai dolci, facendo attenzione, però, a utilizzare metodi di cottura che non ne rovinino le proprietà organolettiche, come ad esempio la cottura al vapore o, in alternativa, al forno. La zucca, non ancora cotta, può essere conservata in frigorifero per pochi giorni avvolta in una pellicola, oppure, se cotta e privata della buccia, può essere congelata in un apposito sacchetto. Ma la zucca è un ortaggio che si conserva a lungo, senza nessun particolare accorgimento, se non di riporla intera, al buio, in un luogo fresco e asciutto. Infine, è d’obbligo spendere qualche parola per le varietà di zucca geograficamente più vicine a noi: la zucca lunga napoletana e la cucuzza o cucuzzella longa, tipica del Sud Italia e del Cilento. La prima è stata oggetto di un importante studio dell’ISA-CNR, il quale ha dimostrato che i carotenoidi della zucca possono indurre un fenomeno di autofagia, ovvero di autodistruzione, di rallentamento della crescita delle cellule tumorali e di indurne il parziale differenziamento in cellule normali. La cucuzzella longa, invece, nome scientifico Lagenaria longissima, è caratterizzata da frutti cilindrici, stretti e particolarmente lunghi, a crescita molto veloce tanto da superare il metro in pochi giorni, dal sapore dolce e da una buccia colore verde chiaro, attorcigliata come un serpentello. Molto utilizzate sono anche le parti tenere della pianta, i cosiddetti tenerumi. In Cilento, questa particolare varietà di zucca è utilizzata soprattutto nella preparazione della zuppa verde cilentana, piatto gustoso e molto ricco.

Dott. Andrea Ricci

RUBRICA NUTRIZIONE E BENESSERE: IL PISTACCHIO

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In Cina è chiamato il “seme felice”, in Iran “il seme che sorride”, è addirittura nominato nella Bibbia come regalo che Giacobbe inviò al Faraone, il pistacchio è da sempre apprezzato per le sue molteplici proprietà, guadagnandosi, nei secoli, un posto di tutto rispetto nella categoria della frutta secca. I pistacchi sono i semi oleosi derivanti dal frutto della pianta del pistacchio, un albero, originario dell’Asia Minore, appartenente alla famiglia botanica delle Anacardiaceae, genere Pistacia, specie Vera. La coltivazione in Italia di questa pianta fu introdotta dai Romani e ampliata dagli Arabi soprattutto in Sicilia, dove rinomatissimi sono i pistacchi di Bronte. La pianta fiorisce in aprile mentre il raccolto si ottiene tra la fine dell’estate e l’inizio di ottobre; Il frutto ha un guscio esterno duro color crema che contiene la parte commestibile, ovvero un seme caratterizzato da una leggera buccia esterna color malva e da una polpa verde chiaro, con un sapore decisamente particolare. Vediamone le caratteristiche nutrizionali: 100g di pistacchi apportano 608Kcal, 56,1g di lipidi, 18,1g di proteine, 8,1g di carboidrati, 3,9g di acqua, 10,6g di fibre oltre a sali minerali quali potassio, fosforo, calcio, magnesio, manganese, ferro e vitamine come la Vit.A, vitamine del gruppo B, Vit. E e, in misura minore, Vit.C. Un alimento decisamente calorico ma anche ricco di molti sali minerali, molecole antiossidanti e vitamine dalle molteplici proprietà, vediamole insieme. I pistacchi non contengono colesterolo, sono ricchi di acidi grassi polinsaturi e di steroli vegetali e per questo aiutano a controllare i livelli di colesterolo e a mantenere in salute l’apparato cardiocircolatorio; al naturale non contengono sodio e quindi possono essere consumati da chi soffre di ipertensione; contengono luteina e zeaxantina, due molecole antiossidanti, fondamentali per la salute dell’occhio; hanno un’ottima concentrazione di fibre che aiutano a raggiungere il senso di sazietà, a prevenire la stitichezza e a modulare l’assorbimento intestinale di grassi e zuccheri; i pistacchi hanno un basso indice glicemico e quindi possono essere consumati con moderazione anche da chi soffre di diabete; sono privi di lattosio e di glutine; uno studio del 2011, pubblicato sulla rivista “Nature”, ha avanzato una teoria sulle proprietà afrodisiache dei pistacchi, basata su un possibile riequilibrio metabolico dettato dal loro consumo oppure da un effetto vasodilatatore indotto dalle ottime concentrazioni di arginina, trasformate in ossido nitrico dall’organismo, ma non vi sono certezze a riguardo; pur se ipercalorici(ma meno rispetto ad altra frutta secca) , i pistacchi possono essere inseriti in una dieta ipocalorica come spuntino, con una porzione media di circa 20g più volte a settimana,; per le sue caratteristiche nutrizionali, possono essere di grande aiuto a chi segue un’alimentazione vegetariana o vegana. Veniamo alle controindicazioni, che riguardano situazioni di obesità, possibili allergie, iperuricemia, diverticolosi, seri disordini epatici o renali e, se salati, sono sconsigliati agli ipertesi. Il consiglio generale resta comunque quello di non esagerare con le quantità e di preferire il prodotto al naturale non salato, leggendo bene l’etichetta. Dai frutti si ottiene anche un olio con notevoli proprietà cosmetiche, utilizzato per contrastare l’invecchiamento della pelle con un effetto rigenerante, protettivo e idratante. In cucina, i pistacchi si prestano a tantissime ricette sia dolci che salate, negli insaccati, possono essere tostati, tritati e sfruttati soprattutto per il caratteristico colore verde che dona a gelati, torte e torroni.

Dott. Andrea Ricci

RUBRICA NUTRIZIONE E BENESSERE: IL RADICCHIO

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Nel nostro consueto appuntamento settimanale con la rubrica “Nutrizione e Benessere”, parliamo di un ortaggio tipico di questo periodo: il radicchio, molto facile da trovare sui banchi ortofrutticoli ma poco scelto dai consumatori. Il radicchio, come detto, è un ortaggio tipico di questa stagione autunnale/invernale, infatti può essere precoce, quando la raccolta avviene tra ottobre e novembre, oppure tardivo da dicembre a febbraio. Nel primo caso presenta un sapore un po’ più dolce, nel secondo, decisamente più amaro a causa della maggiore concentrazione di acido cicorico. Il termine “radicchio” deriva dal latino “radicula” ovvero “radice” e indica una particolare varietà di cicorie (Cichorium Intybus) appartenente alla famiglia delle Astaraceae. Esistono diverse varietà di radicchio che si distinguono per il colore (rosso, bianco, verde) e per la forma, chiusa o aperta. La varietà più conosciuta e consumata è forse il radicchio rosso che comprende alcune specialità come il radicchio trevigiano, il radicchio di Castelfranco e il radicchio di Chioggia; la varietà di radicchio verde più conosciuta è sicuramente l’indivia belga mentre decisamente poco conosciuto è il radicchio bianco, tipologia derivante da una selezione per resistere al freddo invernale. Le diverse tipologie di radicchio presentano proprietà e valori nutrizionali molto simili fra di loro, 100g di radicchio apportano 13/14Kcal, 1,4g di proteine, 0,1g di lipidi, 1,6g di carboidrati, 3g di fibre, 94g di acqua, 0g di colesterolo oltre a sali minerali quali potassio, calcio, fosforo, magnesio, ferro e vitamine come la Vit.C, vitamine del gruppo B e Vit.A. Il radicchio rosso, in particolare, si caratterizza per l’ottima concentrazione di molecole antiossidanti quali le antocianine che non solo gli conferiscono il colore caratteristico ma anche per le proprietà antinfiammatorie e benefiche sulla circolazione e l’elasticità dei vasi sanguigni. Tutte le varietà di radicchio sono caratterizzate dall’ avere poche calorie, un elevato quantitativo di acqua e fibre che aiutano a raggiungere un buon senso di sazietà, molto utile in corso di diete ipocaloriche; il buon contenuto di potassio favorisce la diuresi e contrasta la ritenzione idrica; è una buona fonte di calcio, importante per mantenere in salute l’apparato scheletrico, soprattutto per le donne in menopausa; la ricchezza di fibre aiuta a ridurre l’assorbimento dei glucidi (diminuendo l’indice glicemico del pasto) e anche dei grassi e, per questo, il radicchio è indicato per le dislipidemie e nel diabete di tipo II; sempre le fibre aiutano a regolarizzare il transito intestinale, contrastando la stipsi; ha un basso livello di purine, per cui può essere consumato da chi soffre di iperuricemia e gotta; la Vit. C svolge un ruolo antiossidante combattendo i radicali liberi e, infine, il radicchio verde possiede ottime concentrazioni di Vit.A, utilissima per la visione e la protezione della retina. Le controindicazioni riguardano chi soffre di gastrite e/o ulcera in quanto il caratteristico sapore amaro può stimolare l’iperacidità gastrica, chi è intollerante al nichel e anche in caso di calcoli o colecistite. Per sfruttarne a pieno tutte le proprietà benefiche, andrebbe consumato fresco e crudo perché la cottura tende ad inattivare le antocianine e, se cotto, è meglio che non rimanga sul fuoco per più di 7-8 minuti. Al momento dell’acquisto, il radicchio non deve presentare foglie macchiate o annerite e il cespo deve essere leggermente aperto; va consumato nel giro di poco tempo, altrimenti può essere conservato in frigorifero in un sacchetto chiuso per qualche giorno. Per attenuare il sapore amaro, può essere immerso in acqua per qualche ora prima di consumarlo. In cucina può essere consumato sia crudo che cotto, per dare colore alle insalate nel caso del radicchio rosso, oppure come ingrediente di primi piatti come risotti, in pastella o farcito, oppure semplicemente come contorno in padella o alla piastra per accompagnare dei secondi piatti.

Dott. Andrea Ricci